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Roma 3 maggio 1999

Lezione di Storia e Filosofia

(lezione aperta agli studenti del triennio della sezione F del Liceo "Malpighi" di Roma)


Un giorno di vacanza

Il Prefetto di Roma, "per motivi di ordine pubblico", ha ordinato la chiusura delle scuole primarie e secondarie a Roma per il giorno 3 maggio 1999.

Non avranno luogo, di conseguenza, le due lezioni di filosofia e la lezione di storia che io avrei dovuto svolgere assieme a voi in quel giorno.

Il motivo della chiusura della scuola è questo: a Roma, nei giorni 2 e 3 di maggio si prevede un grande afflusso di persone in occasione di una cerimonia della religione cattolica apostolica romana, la più diffusa fra le religioni presenti in Italia (stando a statistiche attendibili, è praticata da circa il 20% della popolazione italiana).

Io questa chiusura della scuola non intendo subirla passivamente. Come è mio dovere, intendo valutarla criticamente, ed aiutare gli studenti a valutarla criticamente. Infatti ogni gesto e ogni fatto nella scuola assume significati, simbolismi, e valenze educative, che non sono mai neutrali.

Questa vacanza esige riflessione e suscita problemi

Che nessuno pensi agli studenti di Roma come un gregge passivo sul cui consenso si può sempre contare, quando si toglie loro del tempo-scuola. La scuola è tempo e luogo di crescita critica: quando con tanta facilità qualcuno sottrae tempo-scuola agli studenti, bisogna chiedersi quale concezione della scuola ha, quale concezione della scuola diffonde.

In questo caso mi sembra chiaro che una cerimonia religiosa cattolica è stata ritenuta più importante della scuola, cioè della crescita di una cultura critica nelle giovani generazioni.

Non mi consta che la chiesa cattolica abbia protestato per la chiusura delle scuole; è anzi difficile pensare che non sia stata lei stessa a sollecitarla: infatti le 400.000 persone annunciate per il 3 maggio sono ben meno delle gigantesche manifestazioni che si sono tenute a Roma (Berlusconi si è vantato di avere raccolto 1 milione di persone in Piazza S. Giovanni lo scorso anno; le opposizioni a Berlusconi anche loro ebbero il loro corteo di 1.200.000): e i responsabili dell'ordine pubblico allora non credettero opportuno chiudere le scuole; non gli venne nemmeno in mente.

Comunque, richiesto o non richiesto, è un fatto oggettivo, in questa circostanza, che le cerimonie religiose della chiesa cattolica si pongono come alternativa e come ostacolo alla cultura.

Che cosa direbbe la chiesa cattolica se per esigenze scolastiche il provveditore agli studi ordinasse che una domenica, o il giorno dei "santi Pietro e Paolo", a Roma si tenessero regolari lezioni od esami? L'Osservatore Romano, i giornali cattolici, i vescovi tutti, tuonerebbero che è indegno, che è un abuso, che è una prepotenza...

Ebbene, se per fare una cerimonia religiosa si tengono chiuse le scuole, sono io a protestare, come cittadino italiano, come genitore di studenti della scuola pubblica, come docente nella scuola pubblica.

Forse qualcuno vorrà sostenere che ha risvolti educativi la cerimonia religiosa che si terrà a Roma il 3 maggio? No, su questo non sono d'accordo. E poiché insegno storia e filosofia, intendo evidenziare in breve che quella cerimonia è imperniata su valori che vanno in direzione opposta al lavoro che io svolgo nella scuola pubblica come docente di storia e filosofia.
 
 

Alcune perplessità sulle cerimonie di beatificazione nella chiesa cattolica dal punto di vista della cultura storica
 

1. Giudizi assoluti sulla storia non ce ne sono

Una "beatificazione" oggi (ma non sempre è stato così) consiste in questo: il capo della chiesa cattolica dichiara solennemente, come verità di fede obbligatoria per tutti, che una certa persona è vissuta praticando in modo eroico le virtù cristiane; che certamente ha conseguito la salvezza divina; e che dimostrabilmente è in grado di intercedere presso Dio favori e grazie per coloro che lo invocano.

Ebbene: io non trovo educativo che qualche istituzione presuma di emettere sentenze definitive e infallibili su fatti storici (e cioè che di fatto la tale persona è effettivamente vissuta secondo criteri e certi valori). Chi ci dà questa certezza storica? Non è forse successo più di una volta che una persona del tutto rispettabile si riveli in seguito assai meno raccomandabile? Ad esempio, è vivente un cardinale della chiesa cattolica (in Austria) che nonostante una fama di grande serietà (altrimenti non sarebbe stato nominato cardinale), poi è stato riconosciuto responsabile di alcuni comportamenti che oggi giudichiamo piuttosto gravi (alcuni abusi sessuali), e con discrezione rimosso dal suo incarico.

Alla storia non si comanda; e non ci sono autorità che comandano sulla storia. Troppo comodo! Se qualcuno pretende di poter emettere sentenze storiche infallibili, lavora in senso contrario al lavoro educativo che io svolgo nella scuola pubblica della repubblica italiana.

 2. Non si deve occultare la storicità

Ogni giudizio di valore su fatti storici (e la vita e l'azione dei "santi" e dei "beati" sono fatti storici) non può essere pronunciato in assoluto, ma rispetto ad una scala di valori, che è e rimane storica; e chi emette tali giudizi storici, anche quanto è la chiesa cattolica a farlo, si pone in un preciso contesto storico, alla luce di un modo di intendere il cristianesimo che ha precise connotazioni storiche, e precisi intendimenti non meno storico-politici che religiosi. Cultura storica è mettere in chiaro i contesti ed i significati dei propri giudizi storici; occultarli è boicottare la maturazione della cultura storica.

E per dirla in modo ancora più generale: se un certo fenomeno, inclusa la religione cattolica, pretende di porsi fuori della storia, allora si pone fuori della realtà (ma non sarebbe difficile mostrare che si pone anche fuori del messaggio cristiano).
 
 

Alcune perplessità sulle cerimonie di beatificazione nella chiesa cattolica dal punto di vista della cultura filosofica
 

1. Il concetto di "miracolo" nato dalla rivoluzione scientifica moderna

Come molti sapranno, il "processo di beatificazione" include anche l'accertamento, con presunti metodi "storico-scientifici", che il "beato" ha compiuto almeno un "miracolo" (due per diventare "santo"! [Ci sarà il problema di decidere se un cieco tornato a vedere con tutti e due gli occhi abbia beneficiato di uno o due miracoli]).

E l'accertamento del "miracolo" (oggi per lo più una guarigione) viene presentato come frutto di un'indagine critico-scientifica.

Ebbene, io vorrei che fosse chiaro che nessuno può impunemente impadronirsi per scopi privati di quel bene pubblico che è la scienza. Mettere a lavorare la scienza come ancella delle proprie credenze religiose è tentativo di riproporre per la scienza lo schema medievale della filosofia ancella della teologia.

Ma è principio elementare della epistemologia del Novecento che la scienza non è in grado di dare risposte assolute, e quindi per definizione non è in grado di dire che un certo fatto è "miracoloso". Chiedere agli scienziati di proclamare l'esistenza di fatti "miracolosi" è una contraddizione in termini (credo allo scienziato nel momento in cui mi dice di non essere capace di rispondere), oltre che (mi pare) sintomo di poca fede.

Vorrei che fosse ben chiaro che l'idea del "miracolo" come "fatto inspiegabile per la scienza" è una concezione che presume il concetto di "scienza", ed è nato solo dopo la rivoluzione scientifica (quindi non ha che tre-quattro secoli di vita). E' cultura elementare (che pare la chiesa cattolica abbia dimenticato) che nel contesto dei vangeli i "miracoli" hanno ben altro significato; e che i "segni" e i "prodigi" di cui sono piene le credenze medievali non hanno nulla a che fare con la concezione moderna del "miracolo".

L'attuale epistemologia, secondo cui la scienza non è in grado di dire "come va effettivamente il mondo", mette fuori gioco il concetto moderno di "miracolo" (solo se sappiamo "come va effettivamente il mondo", possiamo essere certi che un dato fatto "è andato in modo diverso da come doveva andare").

Per cui proporre oggi il concetto moderno di "miracolo" significa sponsorizzare come "di fede" un certo tipo di epistemologia che io, come docente di filosofia nella scuola pubblica italiana, ho il compito di sostituire con un più critico concetto di scienza.
 
 

2. Una pedagogia poco raccomandabile

Attorno ai "miracoli", senza dei quali questo o quel buon cristiano non può essere proclamato "beato", il sano buon senso farebbe nascere una serie di quesiti che sarà pur lecito porre (come si fa a sapere con tanta certezza che è stato un certo santo a compiere quel "miracolo"? lo facciamo decidere al "miracolato"? Non potrebbe costui sbagliarsi, o anche burlarsi di noi [Boccaccio insegna]? Forse, cosa più che ragionevole, quel tale ha invocato più di un "beato": di chi è allora il miracolo? del primo? dell'ultimo?...). Ma lasciamo perdere.

C'è però un elemento serio, che si accompagna con l'ideologia dei "miracoli", e che si inquadra in una pedagogia che io considero assai poco educativa e poco raccomandabile.

Nessuno di noi potrebbe mai accettare una scuola che funzionasse sui seguenti principi:

Sostituite "studenti" con "credenti" ed "insegnanti" con "santi", e troverete che il funzionamento del modello è assai simile agli atteggiamenti inculcati da una chiesa cattolica ormai imperniata sul culto dei santi. A me non pare un modello raccomandabile; tanto meno un modello educativo. Quello che più gli si avvicina, nel mio immaginario, è il modello della mafia (avete in mente qualche romanzo o qualche film classico sull'argomento?).

Noi invece abbiamo ormai un altro modello: se ho diritto a qualcosa, lo voglio; se non ne ho diritto, non voglio essere tenuto in ostaggio con il miraggio di qualche privilegio: preferisco la mia libertà senza privilegi, piuttosto che il mio asservimento con il miraggio di chissà quali privilegi. Questa è la sana pedagogia che io insegno.

E quando vedo che la chiesa cattolica alimenta scriteriatamente una pedagogia ed una pastorale miracolistica, mi è difficile pensare che faccia opera di educazione della umanità. In ogni caso propaga, nel proprio ambito religioso, degli atteggiamenti che io, come docente di una scuola pubblica ho il compito di sradicare dalla società. E' inutile fare finta di no: se la pedagogia cattolica è su questa linea, a meno di avere degli schizofrenici, è in rotta di collisione con una pedagogia democratica.
 
 
 
 

Alcune perplessità sulle cerimonie di beatificazione nella chiesa cattolica dal punto di vista della cultura cristiana
 

1. Il giudizio di Dio è o no imperscrutabile?

Uno dei grandi temi della tradizione biblica e della teologia cristiana è l'inconoscibilità di Dio e l'imperscrutabilità del suo "giudizio".

E' sintomo di poco spessore teologico, e di una fede piuttosto cosificata la presunzione di potere inscatolare la "insondabile profondità del giudizio divino" in un verdetto sicuro ("il tale è stato salvato"). E' un'affermazione che equivale, logicamente, alla sentenza che "il tale è stato dannato": sentenza che però la chiesa cattolica si guarda bene dal pronunciare. E dal punto di vista logico anche qui c'è qualcosa che non torna: se si può dubitare, sulla scorta della più classica teologia cattolica, che il più grande peccatore si sia "pentito" in punto di morte, come si può escludere che il più grande "santo" abbia commesso un atto di "disperazione" in punto di morte? A che servono, di fronte a questa ipotesi, tutte le indagini "storiche"?

Tanto più che tale sentenza non viene emessa sulla base di una divina rivelazione, ma sulla base di presunte indagini storiche.

Tale fretta di compilare, già in questo mondo, l'anagrafe della "città celeste" (dichiarando il tale o il talaltro "beato"), potrà obbedire ad esigenze propagandistiche, organizzative, efficientistiche, ma va in direzione contraria rispetto ad alcuni capisaldi ben più forti del messaggio cristiano.

Quando leggo l'elenco dei santi e dei beati che a centinaia sono stati proclamati negli ultimi anni, mi viene da domandare se la Omnitel non abbia per caso installato un collegamento via fax tra "il paradiso" e il Vaticano.

Esiste, nella tradizione giudaico-cristiana, una comandamento che dice di "non nominare il nome di Dio invano". Secondo me, su questo punto, la chiesa cattolica è in evidente stato di "peccato mortale".
 

2. Ma i santi fanno i miracoli?

E' dottrina cattolica assolutamente standard (ed è grave forma di "eresia" sostenere il contrario) che i "santi" non compiono "miracoli". I "miracoli" li fa il Dio dei cristiani, e solo il Dio dei cristiani.

Quindi, con buona pace di tutti i mass media, padre Pio non ha fatto nessun miracolo. Padre Pio si sarebbe limitato a "intercedere" presso il suo Dio perché il suo Dio compisse il miracolo.

Questa teoria della "intercessione" dei santi presso Dio ha visibilmente utilizzato il modello storico-sociale della "raccomandazione" (tipica del mondo spagnolesco-controriformistico). Oggi questo modello non dice più niente a nessuno, e caso mai ha una connotazione semi-disonesta; per cui è evidente che la teologia cattolica dovrà fare la fatica di rendere in altre forme il significato profondo (se c'è) che sta dietro al culto dei santi.

Comunque è difficile sfuggire alla impressione che per esaltare le figure dei santi, si finisca per sminuire pericolosamente il Dio dei cristiani, che sbadato ed occupato non si sarebbe accorto, senza la intercessione di padre Pio, che una certa persona poteva o doveva essere miracolosamente esaudita, o miracolosamente illuminata.

Ma qualcuno pensa davvero che una religione ridotta a schemini di questo tipo possa essere proposta come il messaggio di cui l'umanità ha bisogno per il prossimo millennio?
 

Ragazzi, mirate in alto, e cerchiamo tutti quanti di essere seri.

La lezione è finita.

Ci vediamo domani a scuola.
 



  Il docente di storia e filosofia

Francesco Dentoni



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